Il Digital Divide

____________________________nuove discrepanze sociali

Digital Divide: nuove discrepanze sociali

Di admin • 6 Novembre 2007

Gli anni novanta del secolo scorso sono stati caratterizzati dall’euforia legata alla nascita della new economy, l’economia dell’informazione, dall’ottimismo tecnologico e dall’illusione di una crescita senza limiti. In quegli anni si assisteva ad un rapido e incontrollato sviluppo delle tecnologie tra le elite culturali della terra che, grazie all’utilizzo dei nuovi strumenti, potevano continuare a rafforzare le proprie posizioni predominanti.

Col passare degli anni, però, la situazione si è modificata. L’euforia iniziale e la fede nelle nuove tecnologie si sono affievolite notevolmente. Sono ormai sotto gli occhi di tutti i limiti di quel tipo di economia che aveva arricchito molti nell’ultima decade dello scorso millennio. La disillusione ha preso il sopravvento sull’iniziale ottimismo collettivo e la situazione attuale consente di riflettere sui problemi legati a quella corsa alla tecnologia che ha caratterizzato l’ultimo quarto del novecento.

Con la progressiva accelerazione dello sviluppo tecnologico le nostre società e le nostre vite vengono sempre più a trovarsi a dipendere da artefatti e codici tecnici che, per buona parte, rientrano nell’ambito della comunicazione, dello scambio e del trattamento di informazioni e conoscenze, ossia di attività umane fondamentali. La diffusione e la strutturazione della società informazionale ha iniziato a rallentare nel momento in cui il mercato attivo, ossia quello occidentale, si è saturato delle nuove tecnologie dell’informazione digitale.

Possiamo, infatti, notare come negli ultimi vent’anni tutti i paesi, anche quelli più poveri, hanno incrementato l’uso di tecnologie della comunicazione; ma, se nei paesi ricchi questo incremento è stato esponenziale, in quelli poveri si presenta molto limitato. Queste differenze hanno contribuito e stanno contribuendo a creare un gap digitale tra i diversi stati che va sotto il nome di Digital Divide.

Il concetto di Digital Divide fu elaborato alla metà degli anni novanta quando il governo degli Stati Uniti si accorse della pericolosità insita nella diseguale distribuzione delle tecnologie digitali all’interno del proprio territorio. Dopo essere stato impiegato per motivare gli interventi del dipartimento di stato americano orientati ad ampliare il più possibile l’accesso alle ITC, il governo USA ha cercato di esportare questo obiettivo interno su scala planetaria chiedendo al mondo di attivarsi per superare il divario digitale tra paesi avanzati e in via di sviluppo al fine di evitare che questi ultimi sprofondassero in un “medioevo dell’informazione[1]“. Da quel momento in poi la sfida assunse un carattere globale. Grandi sforzi oggi sono mirati al superamento di questo gap, ma la soluzione del problema risulta ancora molto lontana. In un primo momento si pensò che bastassero semplici operazioni di “paracadutaggio tecnologico[2]” ma, col passare del tempo, ci si rese conto che la questione andava ben oltre la diseguale distribuzione di dispositivi e infrastrutture. Difatti, l’espansione acritica e incontrollata della tecnica in ambiti sociali sensibili e delicati rischia, al contrario di vedere aggravare le disuguaglianze, non soltanto perché accentua le distanze tra “connessi” e “disconnessi” ma perché amplia lo squilibrio fra chi detiene il potere di controllo diretto e indiretto sulle tecnologie e chi questo controllo lo subisce in quanto semplice utente o consumatore.

I mutamenti sociali mediati dalle nuove tecnologie sono stati, e sono tuttora, oggetto di svariati studi che mirano a determinarne le caratteristiche positive o negative. In questo ambito Manuel Castells giunge a parlare di “conseguenze non intenzionali della tecnologia”[3] generate dal fatto che “le persone, le istituzioni, le imprese e la società in generale trasformano la tecnologia, qualunque tecnologia, appropriandosene, modificandola, sperimentando con essa”. Castells concentra le sue riflessioni sulle dinamiche economiche generate dall’applicazione delle nuove tecnologie e condivide l’idea secondo cui l’utilizzo efficiente delle ITC possa condurre un Paese al successo economico e l’accesso alle fonti d’informazione, soprattutto Internet, migliori competitività e spendibilità degli individui nel mercato del lavoro.

La “popolazione” di Internet oggi è stimata in poco più di un miliardo di utenti. Questo numero rappresenta, in modo ambivalente, la potenza e il limite della rivoluzione digitale. Infatti, per quanto grande esso possa sembrare, risulta estremamente piccolo se si pensa che esso rappresenta solo il 18% dell’intera popolazione mondiale. Ciò vuol dire che l’82% della stessa (5,4 miliardi di persone) non ha nulla a che vedere con la rivoluzione digitale e informazionale di cui abbiamo finora parlato. Questi dati diventano allarmanti se si considera poi che questo miliardo di persone, che forma l’utenza di Internet, appartiene perlopiù a paesi industrializzati quali gli Stati Uniti D’America, l’Europa e alcune regioni dell’Asia.

Fonte: www.internetworldstats.com (sett.2007)

Osservando le serie storiche dei dati relativi all’utilizzo della rete si evidenziano immediatamente aumenti considerevoli, in termini assoluti, dell’utenza in quasi tutte le regioni mentre il numero di utilizzatori, nelle zone in via di sviluppo, rimane complessivamente esiguo. Basti pensare per esempio alla situazione della rete in Cina. In questo paese il numero di “internauti”, in termini assoluti, è enorme (più di 100 milioni di utenti) ma la cifra, messa in rapporto alla popolazione totale del paese, mostra invece un utilizzo quasi elitario della rete Internet.

Dalla prima definizione del concetto di Digital Divide sono ormai passati più di dieci anni e, riflettendo sulle iniziative intraprese, ci si può rendere conto che la visione forse troppo ingenua e utopica delle ITC ha gradualmente lasciato il posto ad un approccio più consapevole dei limiti, ma anche delle concrete potenzialità delle tecnologie digitali nell’estendere al mondo intero conoscenze e nuove possibilità di realizzazione. Le tecnologie hanno smesso di essere intese come “la” risposta ai problemi che le fasce più marginali della popolazione devono fronteggiare quotidianamente e sono state ridefinite come “uno” strumento per sostenere progetti meno ambiziosi ma più concreti. Non si può pensare alle tecnologie come strumenti in grado di provocare effetti identici a prescindere dall’ambiente in cui vengono collocati. E’ importante dare il peso giusto alle innovazioni, ma senza alimentare false illusioni, specialmente in comunità meno attrezzate e meno modernizzate.

Molte, troppe parole sono state spese a favore di aiuti per le popolazioni del terzo mondo ma, nei fatti, la volontà degli stati di contribuire finanziariamente ai programmi avviati nel sud del pianeta è minima. Questa situazione, già illustrata durante l’ International Conference on Financing for Development[4] a Monterrey nel 2002 purtroppo, è andata progressivamente peggiorando; infatti, i fondi destinati ai programmi di aiuto umanitario sono diminuiti del 24% negli ultimi anni.

Saremmo portati a domandarci, in alcuni casi nel giusto, se sia corretto pensare alle nuove tecnologie parlando di paesi e popolazioni che vivono giornalmente problemi ben più gravi. Si pensi, per esempio, a tanti popoli africani o del sud-est asiatico che ogni giorno lottano contro la mancanza o la grave carenza delle risorse fondamentali: fonti di acqua pulita, cibo, farmaci e strutture sanitarie di base. Credo, tuttavia, che la risposta debba rimanere positiva. Le politiche in favore della riduzione della povertà si sono storicamente concentrate sulle cosiddette “risorse di primo grado” quali cibo, abiti e cure sanitarie di base. Questi aiuti permettono a tanta gente di quelle regioni del mondo di sopravvivere giorno dopo giorno ma non avviano di sicuro nessuna possibilità concreta di sviluppo locale, impedendo, di fatto, ai poveri di iniziare a superare la loro condizione. Secondo gli studi effettuati da Lisa J. Servon[5] negli Stati Uniti, per far uscire gruppi di individui dalla povertà è necessario che venga offerta una combinazione di “risorse di primo grado” e di “risorse di secondo grado”, che riguardano, quest’ultima, la possibilità di sviluppare capacità dei singoli di accumulare competenze e abilità che possano aiutarli a superare le proprie condizioni di indigenza raggiungendo una condizione più stabile per mezzo di piani a lungo termine. Queste risorse di secondo grado riguardano sostanzialmente una conoscenza di base dei meccanismi economici, un istruzione di secondo livello con la capacità di utilizzo delle nuove tecnologie.

La possibilità delle ITC di innestarsi in più ampi e radicati programmi di sviluppo le rende ancora più preziose, perché sono capaci di moltiplicare le potenzialità delle risorse a disposizione estendendone le possibilità di impiego. Il flusso di informazione, indifferente alle barriere geografiche, offrirebbe la possibilità, anche alle comunità più isolate, di integrarsi nelle reti globali e accedere ad informazioni disponibili a tutti, che equivale a sostanziali e reali nuove capacità di sviluppo. Caso emblematico di utilizzo di tecnologie in questo senso sono, senza dubbio, i programmi di tele-medicina che aiutano migliaia di persone che altrimenti rimarrebbero isolate. I programmi di tele-medicina permettono lo scambio di informazioni a distanza tra colleghi, possibilità di consultare specialisti, accesso a documentazione specializzata e maggiore assistenza ai pazienti in zone remote del nostro pianeta. Per le stesse ragioni, altrettanto importanti si rivelano anche i progetti di e-learning che permettono l’educazione a distanza di migliaia di persone, contribuendo efficacemente a creare le basi per lo sviluppo e alla lotta all’analfabetismo.

Tutti questi progetti mirano direttamente alle cause del problema, non fermandosi superficialmente alla cura dei sintomi come è stato fatto spesso nei decenni precedenti. Investire esclusivamente nella lotta alla fame infatti, potrebbe rivelarsi una strategia suicida in quanto una volta raggiunti, se mai lo saranno, gli obiettivi prefissati molti paesi persisterebbero in una condizione di enorme arretratezza tecnologica, emarginati e staccati dal flusso globale di informazioni.


[1] Al Gore, Conferenza internazionale sulla privacy, Venezia, 29 Settembre 2000[2] Il termine indica le iniziative di trasferimento tecnologico calate dall’alto, prive di riferimento alle realtà locali e ai reali interessi dei beneficiari.[3] Castells,1996, p. 7[4] Conferenze sui Finanziamenti per lo Sviluppo, Monterrey, Messico, 2002[5] Lisa J. Servon, 2002


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admin è Roberto Filippi, nato a Palermo nel 1981 e residente ad Alcamo (TP). Laureando in "Lingue Moderne per il Web" presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo.
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