Il Digital Divide

____________________________nuove discrepanze sociali

L’open source

Di admin • 6 Novembre 2007

Senza dubbio, la conoscenza di specifiche tecniche, software e hardware, che stanno alla base delle nuove società digitali, è necessaria per navigare ed orientarsi nel flusso globale dell’informazione.I paesi in via di sviluppo, nella disperata rincorsa agli standard tecnici moderni rischiano di cadere, nella maggioranza dei casi, in una dipendenza tecnologica da cui è quasi impossibile uscire se non affrontando enormi costi economici e sociali.

I progressi tecnologici dei paesi più arretrati possono superficialmente sembrare dei benefici ma, alla lunga, possono invece rivelarsi molto dannosi.

L’utilizzo di software proprietario, non modificabile dall’utente e non progettato all’interno e per le comunità del terzo mondo, non possiede le peculiarità caratteristiche che servono al reale utilizzo e alle effettive esigenze di quei popoli. Inoltre i software proprietari, di fatto, supportano logiche e comportamenti spesso contrari alla cooperazione tra gli individui o le comunità.

La formazione invece, come esperienza solidale, l’unica chiave per un ingresso, quanto più consapevole possibile, nella società dell’informazione e il software open source può giocare un ruolo importante nel consentire agli individui la reale appropriazione delle conoscenze necessarie all’utilizzo di nuove tecnologie, creando i contesti culturali e tecnologici più idonei.

Per Open Source si intende tutto il codice sorgente che può essere visionato e ritoccato a piacimento per essere plasmato secondo le proprie esigenze, migliorato o ridistribuito senza particolari restrizioni.

Il software open source, essendo basato su logiche di cooperazione e scambio, scardina gli standard del potere economico, creando in sua vece una costellazione di sistemi basati sulla pluralità. L’utente finale può solo usare ma anche studiare le applicazioni, cambiandole a seconda delle sue esigenze per renderle più adatte a utilizzi specifici.

L’idea di software liberi e “aperti” nasce e cresce negli stessi laboratori che hanno reso possibile la rivoluzione digitale negli ultimi trent’anni ossia quelli dell’università di Berkeley, del Massachusset Institute of Technology (MIT), dei Bell Labs. Qui si comprese, sin dall’inizio, come la distribuzione libera di software e di applicazioni informatiche in genere ne accresceva la stabilità, le prestazioni e le funzionalità perché rendeva accessibile la comprensione e l’utilizzo diveniva collaborativi attraverso le variazione apportate dai vari utenti.

Negli anni ottanta il boom economico legato alle nuove tecnologie attirò l’attenzione verso nuove logiche di mercato che relegarono i software aperti al rango di prodotti di bassa qualità in quanto gratuiti.

Il cambio di rotta fu avviato da una lettera del 1976 di Bill Gates ad un gruppo di hacker di Palo Alto, nella quale il futuro fondatore della più grande azienda informatica mondiale, Microsoft, sosteneva che il software non poteva essere un bene pubblico con cui sperimentare, quanto invece una proprietà privata da tutelare tramite copyright.

Contemporaneamente però all’espansione inarrestabile del mercato del software proprietario, chiuso ed immodificabile, riprese forza anche un’opposta filosofia che difendeva l’idea delle applicazioni informatiche come bene pubblico e quindi libero da ogni vincolo di proprietà.

Nel 1983 un ricercatore del MIT di Boston Richard M. Stallman, insofferente nei confronti di una situazione in cui molti sviluppatori, tenuti a mantenere i segreti industriali, erano impossibilitati alla collaborazione con i colleghi di diverse aziende, fondò la Free Software Foundation ed enunciò le quattro libertà principali del Free Software:

0. Libertà di eseguire il programma per qualunque scopo, senza vincoli sul suo utilizzo.

1. Libertà di studiare il funzionamento del programma e di adattarlo alle proprie esigenze.

2. Libertà di ridistribuire copie del programma.

3. Libertà di migliorare il programma e ridistribuirne i miglioramenti.

Nei primi anni novanta grazie alla distribuzione, da parte di uno studente di Helsinki appena ventiduenne Linus Torvalds, del nucleo di Linux, un nuovo sistema operativo basato sul sistema GNU e sui suoi strumenti, il movimento Open Source ottenne finalmente una risonanza internazionale. Grazie a questo nuovo progetto infatti, centinaia di programmatori in tutto il mondo hanno iniziato a lavorare insieme per creare l’unico prodotto che potesse seriamente tentare di strappare quote di mercato sempre più rilevanti al gigante Microsoft.

Oggi le elevate performance, la disponibilità di applicativi di ogni genere, l’enorme flessibilità e la gratuità rendono Linux un’alternativa credibile e molto appetibile ai sistemi operativi proprietari che dominano il panorama mondiale. Nel mercato del software il predominio Microsoft rimane ancora netto ma si può ragionevolmente pensare che la crescita di Linux nei prossimi anni potrà assumere dimensioni considerevoli se nel frattempo decolleranno alcuni altri fattori come: la promozione del software libero da parte di governi e istituzioni in tutto il mondo, l’aumento esponenziale degli sviluppatori, l’attenzione dei mezzi di comunicazione, le campagne di sensibilizzazione, la moltiplicazione nel numero e nella varietà delle distribuzioni, la crescente attenzione negli aspetti di usabilità, l’interessamento da parte di grandi compagnie del mercato informatico e la gratuità (almeno per quanto riguarda le licenze).
Nella seconda metà degli anni novanta il movimento Free Software si diffuse grazie alla crescita di Internet e allo sviluppo di applicazioni originali e interessanti. In questo periodo numerose aziende impegnate nel settore del software libero cominciarono a studiare alcune strategie per renderlo appetibile alle grandi imprese. Il primo passo fu quello di cambiarne il nome perché il termine free in inglese si presta a equivoci significando sia “libero” che “gratis”. Nacque allora, grazie all’iniziativa di Eric Raymond e Bruce Perens, la Open Source Definition, un documento che enunciava le caratteristiche peculiari di questi sistemi ponendo l’accento sui vantaggi pratici derivanti dall’apertura del codice sorgente e dall’adozione di questo tipo di software nelle aziende. Grazie a questo documento molte imprese cominciarono ad utilizzare software aperti e anche grandi produttori hardware come IBM, DELL e HP iniziarono a supportare sistemi open source per macchine di alto livello contribuendo ad aumentarne il livello di credibilità. Lo sviluppo di interfacce grafiche rivolte all’utente (user-friendly) permetteva, nel contempo, l’utilizzo di sistemi open source anche al di fuori di strette cerchie di professionisti informatici.

L’unico modo per stabilire se un programma sia libero o proprietario è dato dalla licenza con cui è rilasciato e distribuito. Le licenze utilizzate per il software proprietario sono progettate per permettere alle case produttrici di mantenere il controllo economico sulla tecnologia in questione mentre per il software open source il controllo ricade totalmente sugli utenti.

La licenza più utilizzata nel campo del software libero è la GNU Public License (GPL) nota anche sarcasticamente come copyleft (permesso d’autore) che pur assicurando i diritti di proprietà all’autore, consente però la copia legale, le modifiche e la distribuzione della sua opera. La GPL, utilizzata principalmente per scopi non commerciali, incentiva la distribuzione di programmi liberi perché non consente di rendere private le modifiche apportate ai codici che dovranno invece essere sempre ridistribuiti alle stesse condizioni. In questo modo risulta impossibile che parti di codice aperto finiscano in progetti proprietari spezzando la catena del lavoro e dell’uso cooperativo.

Dalle considerazioni fatte finora risulta chiaro che l’adozione di sistemi open source può sostenere efficacemente la riduzione del digital divide. Impiegando soluzioni tecnico-legali estranee a vincoli di proprietà intellettuale si favoriranno le innovazioni permettendo ai paesi in via di sviluppo di rendersi protagonisti della propria evoluzione tecnologica e scientifica.

I vantaggi dell’utilizzo di “open software” possono essere distinti in due ambiti: economico e di autoformazione[1].

Come è stato più volte rilevato, una imponente barriera, forse la principale, all’introduzione di nuove tecnologie nei paesi in via di sviluppo è rappresentata certamente dalle scarse risorse economiche disponibili. L’acquisto di software proprietari e moderni sistemi hardware ha, infatti, costi difficilmente sostenibili per molti paesi del terzo mondo. L’adozione di soluzioni soluzione open source potrebbe ridurre drasticamente o azzerare l’entità di questi costi, per quanto riguarda almeno le licenze di utilizzo. Ciò comporterebbe un largo impiego di nuove tecnologie all’interno di amministrazioni pubbliche e aziende private che potrebbero, di conseguenza, conoscere un rapido sviluppo attraverso le risorse informatiche. Altri vantaggi, inoltre, potrebbero derivare dall’utilizzo di Linux che, non richiedendo particolari caratteristiche tecniche dei supporti su cui è istallato, può “girare” anche su macchine meno costose.

La caratteristica basilare del software open source è quindi l’accessibilità del codice sorgente e ciò può essere di grande utilità, come abbiamo visto, per incoraggiare e favorire processi di autoformazione. Tutti i maggiori programmatori di oggi da Linus Torvalds a Bill Gates sono autodidatti: Internet può aiutare ulteriormente questo processo di autoformazione, consentendo una più facile condivisione dei risultati. Le maggiori conoscenze e competenze informatiche sono infatti oggi fondamentali per lo sviluppo di determinate aree del nostro pianeta, che grazie a comunità digitali locali, potrebbero stimolare lo sviluppo creando applicazioni disegnate sulle proprie specifiche esigenze.

Un utile contributo all’abbattimento del digital divide potrebbe così consistere nella diffusione dell’etica della condivisione, del confronto e del reciproco contributo[2], superando il potere dell’esclusività della logica economica e del profitto.


[1] G. Anzera, F. Comunello, Mondi Digitali, 2005, pp. 189-190[2] G. Anzera, F. Comunello, Mondi Digitali, 2005, p. 191


admin è Roberto Filippi, nato a Palermo nel 1981 e residente ad Alcamo (TP). Laureando in "Lingue Moderne per il Web" presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo.
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